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Lettera aperta ai Giudici del Tribunale di Torre Annunziata.

 

Il tema della giustizia è da sempre al centro di  dibattiti e polemiche  tra  esponenti della politica, rappresentanti delle istituzioni,  esperti ed anche semplici cittadini.

Sull’argomento si possono individuare due filoni principali: quello relativo alla inefficienza dell’amministrazione giudiziaria nel nostro paese e quello che fa riferimento  presunta  politicizzazione di alcuni magistrati.

Al di là delle polemiche e della demagogia, appaiono con tutta evidenza la mala fede e la riserva mentale che si nascondono dietro la maggior parte dei discorsi sulla giustizia e ciò sia quando insistono sulla c.d. politicizzazione delle toghe che quando si riferiscono alle disfunzioni della stessa, ma così non è per il cittadino comune che resta spesso impressionato, quasi abbagliato, da slogan e proclami amplificati dall’eco della stampa e dei media.

Noi operatori del diritto non dovremmo mai rimanere ammaliati  da una classe politica che da una lato lamenta il malfunzionamento della  giustizia in Italia,  e dall’altra  “dimentica” che la gravità della situazione è in gran parte addebitabile proprio alla mancanza da diversi anni di una “vera” politica per la giustizia in Italia.

Ma il tema della giustizia da tempo viene strumentalmente impiegato a scopi di propaganda elettorale anche nelle riforme spesso annunciate a volte realizzate con risultati spesso devastanti. I  diversi  schieramenti, infatti, da anni si scontrano  su le più svariate ipotesi di interpretazione del sistema penale  sia in materia processuale che in  quella sostanziale, senza però affrontare mai l’unico vero  problema e cioè la cronica mancanza di fondi e di mezzi, in cui da anni si lascia agonizzare la Giustizia in Italia. Basti pensare  alle interminabili polemiche sviluppatesi intorno all’aeterna quaestio  relativa al valore processuale da attribuire alle dichiarazioni rese  nella fase delle indagini preliminari, dalle quali è scaturita una schizofrenica sequenza di riforme. Riforme  presentate come grandi conquiste di civiltà giuridica ma che, al di là dei proclami propagandistici, sono risultate per la maggior parte stonate e ridondanti rispetto alla reale situazione della giustizia che è afflitta da ben più gravi problemi strutturali.

L’unica vera proposta capace di rendere reale ed  attuale la definizione del nostro paese come stato fondato  sul diritto, la   prima indifferibile scelta da farsi per provare ad uscire dalla crisi,  e cioè un serio stanziamento di fondi per consentire il corretto funzionamento della macchina giustizia, non è mai stata seriamente avanzata

Insomma, a parer nostro, è abbastanza inutile, se non esclusivamente demagogico, parlare delle regole più o meno garantiste che devono governare il processo penale se  mancano  le strutture, il  personale ed i  mezzi minimi per garantire la celebrazione dei giudizi.

Purtroppo, va anche detto  che gran parte della nostra classe politica, coadiuvata dalla stampa, che lungi dall’essere strumento di controllo democratico sulla stessa sempre più si omologa ai poteri forti, si affanna ipocritamente a scaricare la responsabilità della crisi sui soggetti operatori del diritto,  avvocatura  e magistratura, con l’unico effetto di   screditarne  l’immagine   agli occhi dei comuni cittadini. 

Ma se l’avvocatura   è da tempo chiamata a riscattare la sua immagine nei confronti della gente,  si ricordi l’Azzeccagarbugli di manzoniana memoria, consapevole  della dignità e la nobiltà della propria funzione, esaltate dalle figure di alcuni grandissimi professionisti, la  magistratura, invece, negli ultimi anni ha dovuto registrare una  inesorabile migrazione della sua immagine pubblica dall’ eroica  esaltazione del ruolo svolto  negli anni di Tangentopoli, quando finalmente fu messo in crisi  un intero sistema fatto di corruzione e di malaffare,  ai nostri giorni in cui  i magistrati vengono dipinti sempre più spesso come “persecutori” autorizzati di malcapitati imputati, soprattutto quando si tratta di imprenditori e politici di fama, e sempre meno come i garanti del diritto e della libertà di tutti.

Proprio in questo contesto di disagio e di confusione generati dalla sovraesposizione mediatica alla quale è sottoposta la funzione giurisdizionale,  è opportuno svolgere  alcune riflessioni  sul delicato momento della determinazione in concreto delle pene da irrogare, che rappresenta la massima espressione del potere  discrezionale del giudice.

Naturalmente non intendiamo  ribadire concetti sicuramente noti, in particolar modo ai nostri diretti interlocutori,  inerenti la funzione della pena. Considerata  ora come retribuzione per  la commissione del reato, in senso sia  morale che giuridico, ora come strumento di prevenzione capace di inibire la commissione di ulteriori reati da parte del reo, prevenzione morale, e da parte di tutti, c.d. prevenzione generale.

Al riguardo  si potrebbe passare molto tempo ad elencare i numerosi  approfondimenti tesi ad individuare  i pregi ed i difetti delle singole teorie sulla pena, ma non è questo il luogo adatto per  digressioni di carattere prettamente  scientifico.

Occorre tuttavia sottolineare, ai fini dell’economia del  discorso,  che   il nostro ordinamento attribuisce alla pena un significato prevalentemente retributivo, come può dedursi dalla lettura dell’art. 27 costituzione.

Essa cioè, rappresenta il “prezzo” che  bisogna pagare  per aver commesso un fatto vietato dalla norma penale. Tale prezzo deve valere sia in senso morale e cioè come conseguenza personale per la commissione del reato, sia in senso giuridico e cioè come “riparazione “ della lesione del diritto conseguente alla sua inosservanza .

La  funzione retributiva della pena accolta dal nostro ordinamento, unitamente  alla concezione personalistica della responsabilità penale, per la quale si risponde penalmente di un reato solo quando è stato commesso con coscienza e volontà, ribadiscono in modo netto  la totale illegittimità di  qualsiasi forma di responsabilità oggettiva.

In tale linea si inserisce la dettagliata  disciplina  della circostanze del reato che hanno lo scopo di rendere l’applicazione della norma quanto più rispondente possibile al caso concreto. Proprio per questo il giudice nell’applicazione della norma dovrà tenere conto di tutti quegli aspetti, estranei al reato, che però siano tali da distinguere il singolo caso da tutti gli altri.

In tale contesto và altresì inserito e trova concretezza il concetto dell’ autonomia del magistrato che   può fondare il suo giudizio su qualsiasi elemento di prova senza alcun vincolo se non quello della logicità della motivazione che deve sostenere la sua decisione, stabilendo in via discrezionale quale sia la pena adeguata al fatto concreto.

Entrambi i principi sono irrinunciabili ed indefettibili, perché negli stessi si fonda l’ equità della risposta  dello stato al comportamento illegittimo del reo e, quindi, il fondamento stesso dello stato di diritto.

Riteniamo che l’esercizio di tale potere discrezionale, sia espressione  fondamentale per la funzione della giustizia ed in particolare modo per quella che  definiremmo la funzione sociale del magistrato sul territorio. Questi, al di la della fredda applicazione del diritto, a nostro avviso,  è chiamato anche a svolgere un ruolo di pacificatore sociale, rendendo a ciascuno la giusta risposta ai suoi comportamenti.

La  stessa consapevolezza che i comportamenti integranti reato verranno puniti mediante la comminazione di una pena che sia  adeguata alla effettiva gravità del fatto, può  rappresentare un vero deterrente per il potenziale reo, oltre che tentare di soddisfare la domanda di giustizia delle parti offese.

Certo, il nostro territorio è caratterizzato da un elevato livello di densità criminale, come pure è nota la predisposizione all’illegalità di una buona parte dei cittadini il che può sicuramente indurre chi svolge un ruolo di responsabilità, come il magistrato, ad emettere segnali forti della presenza dell’autorità dello stato sul territorio, anche comminando pene particolarmente severe che debbano servire da deterrente per la collettività e per il reo stesso.

Ma, nonostante il clima di emergenza criminale diffuso,   riteniamo che il fenomeno debba essere analizzato più approfonditamente. Non v’è dubbio, infatti, che  tra le  ataviche cause di tale diffusa propensione all’illegalità,  debba annoverarsi un generalizzato senso di sfiducia nello Stato e nelle sue  istituzioni.

Senza scomodare complicate indagini psico-sociologiche, appare di tutta evidenza il generale distacco dei cittadini dall’autorità e dalle istituzioni che affligge il nostro territorio, alla cui diffusione  hanno senz’altro contribuito  il  clientelismo e malaffare diffusi ed il senso di abbandono e degrado col quale  siamo tutti costretti a convivere.

Da tale elementare e forse semplicistica  analisi, emerge con evidenza che, prima di qualsiasi  riforma, occorre  tentare di recuperare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni ed in particolare nella giustizia.   

Questo traguardo dovrà essere conquistato anche mediante una meticolosa ed incessante opera di normalizzazione della funzione pubblica che  dovrà  essere esercitata con efficienza, senso di legalità e, sicuramente, giustizia.

Non è nostra intenzione pretendere di indicare  a nessuno come svolgere il proprio ruolo, meno che mai alla magistratura, ma ci sembra opportuno che anche i giudici  riflettano  sull’importanza della propria funzione, nell’obbiettivo di recuperare quel senso di fiducia e di rispetto nelle istituzioni che rappresentano il punto di partenza per riscattare i nostri territori alla dignità di una livello minimo di  civiltà non più rinviabile.

Orbene, proprio sulla scorta di tali considerazioni ci sembra opportuno richiamare l’attenzione dei magistrati sul  delicato momento della determinazione in concreto della pena.

Ricordiamo a noi stessi che il legislatore, all’art. 133 c.p. indica al giudice tutti quegli elementi di fatto su cui fondare la propria valutazione nel determinare la effettiva gravità del reato e, quindi, per individuare la pena che dovrà essere irrogata in concreto,  affinché, si aggiunge, il suo potere discrezionale non appaia come espressione di mero arbitrio.

Purtroppo,  l’importanza di questo momento dell’esercizio della giurisdizione a volte sembra sfuggire al giudice , quando  le sue scelte appaiono il frutto di una spinta emotiva che comprensibilmente investe tutti coloro che adempiono alla propria funzione consapevoli della responsabilità che grava su di loro, piuttosto che come il risultato di una meticolosa e pedissequa disamina degli elementi richiamati dalla norma, come  traspare anche dal ricorso a  motivazioni solo apparenti sul punto.    

Ed invece, a  nostro avviso, proprio nell’attuale clima di confusione e di sfiducia è più che mai è necessario che il magistrato si liberi da qualsiasi condizionamento emotivo, quantunque giustificato, e si  soffermi con ancora più rigore all’applicazione della norma valutando con attenzione  tutti gli elementi indicati dal legislatore all’art. 133 c.p., da quelli relativi all’azione; passando per la valutazione dell’elemento psicologico ed in generale della personalità del reo e finendo all’analisi delle condizioni di vita e familiari dello stesso, per determinare la gravità del reato ed  individuare la pena che sarà ritenuta più congrua per il caso concreto fornendo allo stesso tempo adeguata motivazione delle sue convinzioni in sentenza.

Anche perché, non va dimenticato che il clima di sfiducia nelle istituzioni è alimentato anche dalla percezione sempre più forte della disuguaglianza esistente tra i cittadini comuni  e la c.d. “casta” e, per  quel che riguarda la giustizia, in particolare,  rappresenta ormai uno stereotipo l’idea che i delinquenti comuni  si vedano comminare pene anche piuttosto severe per  reati non sempre gravi, come i piccoli reati contro il patrimonio o come le violazioni edilizie,  mentre gli “eletti”  pur se  incolpati di condotte ben più rilevanti penalmente e moralmente, oltre che dannose dal punto di vista sociale, riescono in un modo o nell’altro a sottrarsi alle conseguenze delle proprie azioni.

Per questo,  quella pena che apparirà come il frutto di un ragionamento rigorosamente ancorato all’applicazione della legge,   da un lato potrà comunicare un maggiore  senso della legalità e della legittimità della funzione giurisdizionale quale espressione fondamentale della democrazia, e dall’altro non contribuirà  ad ingigantire la distanza esistente tra cittadini ed istituzioni che prima di tutte rappresenta una delle cause di quell’arretratezza che affligge i nostri territori. Ricordando che ben altre componenti “istituzionali” tendono, viceversa, ad alimentare e conservare quella stessa arretratezza sulla quale si fonda e si perpetua il loro potere.

Avv. Walter Rivieccio

Avv. Gennaro Imbò