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Scuola forense – modulo di diritto e procedura penale:

intervento del giorno 30 gennaio 2009 – avv. Gennaro Imbò

 

La disciplina delle circostanze del reato, spunti di riflessione

 

Le circostanze del reato rappresentano uno strumento che il Legislatore ha previsto per adeguare la fattispecie astratta di reato alla realtà effettiva.

Tale assunto trova conferma e fondamento nelle finalità proprie della pena: quella della rieducazione e quella di retribuzione del reo.

Il nostro sistema, caratterizzato dal principio di frammentarietà delle fattispecie penali, presenta un insieme di ipotesi di reato  astratte che, però, devono essere applicate a fatti concreti con tutto il carico di peculiarità che questi possono presentare.

Le caratteristiche fondamentali delle circostanze del reato sono: l’accidentalità, le stesse non rientrano tra gli elementi essenziali del reato, ma rappresentano un quid pluris rispetto allo stesso;

l’eventualità, le circostanze possono anche non essere presenti nella fattispecie concreta, ma il reato sussisterà ugualmente se ne sussistono gli elementi essenziali, mentre l’eventuale esistenza di circostanze inciderà solo sulla pena che ne risulterà modificata quantitativamente o qualitativamente; la tassatività, le circostanze sono solo quelle previste dalla legge, ma, poiché esistono ipotesi nelle quali il Legislatore affida al Giudice il compito di individuare in concreto la eventuale sussistenza di particolari circostanze, si parla di tassatività attenuata, vedi i casi dell’entità del danno patrimoniale nei delitti contro il patrimonio, o della partecipazione di  minima importanza nelle ipotesi di concorso di persone nel reato, art. 114 c.p..

Di contro troviamo il principio dell’obbligatorietà  delle circostanze, per cui, se il Giudice ne rileva la sussistenza, queste devono essere necessariamente valutate. Si parla, al riguardo di facoltatività non bifasica, che non può riguardare, cioè, sia l’individuazione delle circostanze che la loro valutazione ai fini della pena, altrimenti ci troveremmo di fronte ad una violazione del principio di legalità.

Di particolare rilievo appare la problematica inerente i c.d. reati aggravati dall’evento, anche in relazione alla modifica introdotta dalla L. n°19 del 1990, che verrà affrontata in maniera più dettagliata in seguito.

Si inseriscono in questa categoria tutte quelle ipotesi nelle quali l’accadimento di un evento che sia diverso ed  ulteriore, rispetto a quello previsto quale elemento essenziale della fattispecie criminosa, determina un aggravamento della pena o, addirittura, il passaggio ad una pena di specie diversa.

Il problema fondamentale di tale categoria è stabilire se ci troviamo di fronte ad una circostanza del reato o ad una nuova fattispecie criminale, perché dalla soluzione di questo interrogativo discendono particolari conseguenze, in ordine ad es. alla determinazione della competenza o anche per la possibilità o meno di applicare la disciplina di cui all’art. 69 c.p. ( giudizio di valenza), che se favorevole alle circostanze attenuanti consentirà di applicare la pena prevista per il reato base, di solito molto meno grave di quella prevista in caso di accadimento dell’evento qualificante.

Prima di affrontare brevemente lo studio circa la natura dei reati aggravati dall’evento, vale la pena di operare una prima grande distinzione tra le ipotesi nelle quali non assume alcun rilievo se l’evento ulteriore sia o meno voluto dall’agente e quelli nei quali questo non deve essere voluto, altrimenti ci troveremmo dinanzi ad una nuova fattispecie criminosa. 

Rientrano nel primo gruppo  tutti quei reati come la calunnia, la falsa testimonianza, le false dichiarazioni al P.M. che risulteranno  aggravati se dagli stessi deriverà la condanna, indipendentemente dal fatto che l’agente abbia previsto e voluto la stessa come conseguenza della sua condotta.

In altri casi, come l’ipotesi della morte quale conseguenza di altro reato ( art. 586 c.p.) o, come l’ipotesi di lesioni o morte in conseguenza di maltrattamenti in famiglia ( art. 572 1° e 2° co.), l’evento ulteriore non deve essere voluto dall’agente, altrimenti ci troveremmo in presenza di una diversa ipotesi di reati, lesioni personali o, addirittura, omicidio volontario.

Chiarita questa fondamentale distinzione, occorre cercare di stabilire secondo quali elementi si potrà accertare quando l’evento ulteriore rappresenta un semplice aggravamento della fattispecie base e quando, invece, integra una diversa ed autonoma fattispecie criminosa.

Al riguardo si può ricorrere a diversi criteri: quello letterale, per cui è lo stesso tenore della parole del Legislatore ad orientarci verso l’una o l’altra possibilità ( ad es. quando si trovano espressioni tipo…” ..la pena è aumentata…” o quando si prevede ad es.”..un aumento fino ad un terzo della pena …”.) in queste ipotesi, infatti, la legge si riferisce letteralmente alla categoria delle circostanze del reato.

Ma non sempre questa strada è percorribile, per cui occorrerà far riferimento ad altri criteri di indagine come quello della struttura del reato. In pratica bisogna esaminare l’evento “aggravatore”  e cercare di capire se lo stesso sia o meno espressione della struttura di un reato autonomo, o se, viceversa, lo stesso rappresenta un elemento specializzante della fattispecie base si da creare un rapporto tra questa e quella aggravata  del tipo di genus a species

In altri casi sarà necessario, invece, ricorrere al concetto di bene giuridico. Questo può essere ricavato dalla fattispecie attraverso un percorso logico, partendo dall’oggetto del reato, si ricava la “ ratio “ della norma e , di conseguenza l’oggetto giuridico della stessa, ossia il bene interesse tutelato dalla stessa.

Se poi il bene giuridico tutelato risulta diverso di quello protetto dalla norma “ base” allora ci troveremo dinanzi ad un’autonoma fattispecie di reato. Il problema sarà poi distinguere nel concreto quale sia il bene giuridico della fattispecie base, soprattutto perché ci troviamo di solito in presenza di reati c.d. plurioffensivi.

In alcuni casi lo stesso Legislatore, attraverso le sue  scelte normative, ci indicherà se ci troviamo dinanzi  ad un bene giuridico autonomo o ad un semplice aggravamento della fattispecie base. Ad esempio nel caso dell’art. 586, avendo il Legislatore scelto di collocare tale fattispecie tra i delitti contro la vita, ha evidentemente ritenute preminente il bene della integrità fisica e della vita, rispetto ai beni giuridici tutelati dai reati base dai quali scaturirebbe la morte come evento ulteriore. Di conseguenza, appare più giusto parlare di un’autonoma fattispecie di reato piuttosto che di evento aggravante.

Viceversa, nel caso dei maltrattamenti aggravati dall’evento lesivo o dalla morte, la stessa collocazione tra i delitti contro la famiglia va interpretata nel senso che il Legislatore ha inteso privilegiare il bene dell’integrità e della correttezza dei rapporti interni al nucleo familiare, per cui l’eventuale lesione o morte, derivante dall’abuso dei mezzi di correzione, ben può inquadrarsi tra le c.d. circostanze aggravanti ad effetto speciale.  

Insomma, è un problema interpretativo  da sciogliere caso per caso, che, a mio sommesso parere, ha assunto una particolare rilevanza in seguito alla riforma dell’art. 59 c.p. avvenuta ad opera della legge n° 19 del 1990.

Questa riforma, da molti ritenuta “ epocale “ trova le sue fondamenta nelle famose sentenze della Corte Costituzionale n° 364 e 1025 del 1988.

Ai fini della presente esposizione, sarà opportuno evidenziare soltanto  che entrambe le sentenze, ed in particolare la  n° 364 che sancì l’ illegittimità costituzionale dell’art. 5 c.p. li dove non prevedeva le ipotesi di ignoranza legis inevitabile e quindi “ scusabile “ , hanno fissato due importantissimi principi per il nostro sistema penale.

1° L’illegittimità costituzionale di ogni ipotesi di responsabilità oggettiva nel nostro ordinamento e 2° la necessità che la colpevolezza ( appartenenza psicologica all’agente) riguardi tutti gli elementi significativi  dell’offesa.

Le suddette pronunzie della Corte furono salutate come l’inizio di una nuova era per il diritto penale che, finalmente, si sarebbe liberato da ogni forma, più o meno manifesta, di responsabilità oggettiva. 

 Ma, al di la di ogni enfasi dottrinaria e non, uno dei prodotti normativi sicuramente ricollegabile alle sentenze del 1988 fu la riforma dell’art. 59 c.p. prevista dalla L. n° 19/1990, che così recitava nella sua nuova formulazione al comma 2°: “ Le circostanze che aggravano la pena sono valutate a carico dell’agente soltanto se da lui conosciute ovvero ignorate per colpa o ritenute inesistenti per errore determinato da colpa” .  

Il Legislatore, probabilmente temendo pronunzie di illegittimità costituzionale, decise di riformare il regime dell’imputazione delle circostanze, senza affrontare il vero problema sollevato dalle pronunzie del 1988 e cioè quello delle ipotesi di responsabilità oggettiva ancora esistenti nel nostro ordinamento.

In realtà, la previsione della imputazione soggettiva delle circostanze aggravanti  non è perfettamente collimante con il principio, espresso dalle pronunzie del 1988, della colpevolezza degli elementi significativi dell’offesa, visto il carattere accidentale ed eventuale  delle circostanze.

Tralasciando il lungo e travagliato percorso dottrinario teso a giustificare l’ascrizione soggettiva delle circostanze, ci limiteremo a sottolineare che, proprio perché la pena ha carattere retributivo e di recupero del reo, allora correttamente il Legislatore ha previsto la necessità di imputazione soggettiva delle circostanze, poiché le stesse servono appunto a rendere effettive e concrete le finalità della pena   costituzionalmente previste.

D’altra parte, pur se le circostanze non rientrano tra gli elementi significativi dell’offesa, sicuramente rappresentano un momento assai rilevante per la individuazione della concreta gravità del fatto reato che, se circostanziato, può risultare ben più grave di quello “ base”.

Per di più, l’imputazione soggettiva delle circostanze aggravanti si inserisce appieno nel  criterio della colpevolezza come corollario generale del principio di rimproverabilità, connesso alle finalità social-preventive della sanzione penale.

In pratica, in virtù del suddetto principio, il comportamento penalmente rilevante deve essere “ rimproverabile “ e lo sarà non solo quando il soggetto decida semplicemente di agire illecitamente, ma anche quando, consapevolmente, attribuisca al suo comportamento una maggiore gravità.

Da qui scaturisce abbastanza naturalmente la conseguenza che anche le circostanze aggravanti devono informarsi al principio di colpevolezza. Perché, anche se non rientrano tra gli elementi “ significativi” dell’offesa, certo incidono in misura determinante sulla complessiva gravità del fatto.

Ma, non ostante gli altisonanti presupposti, la riforma del 1990 non ha prodotto particolari effetti, nella sua applicazione alle singole ipotesi di circostanze.

L’art. 59 nuova formulazione prevede che le circostanze aggravanti, per essere valutate a carico dell’agente,  devono essere da quest’ultimo  conosciute, o ignorate per colpa o ritenute insussistenti per errore determinato da colpa.

A tale riguardo si è parlato di imputazione delle circostanze aggravanti per dolo o per colpa, o meglio di conoscenza o conoscibilità delle stesse.

Per valutare l’impatto della riforma sulla disciplina delle circostanze è opportuno una breve disamina delle circostanze aggravanti nel nostro ordinamento, in relazione al criterio di imputazione soggettiva delle stesse, così come ricavabile dal dettato normativo.

In verità,  molte circostanze sia comuni che speciali  presentano una chiara connotazione di carattere doloso, esse cioè non possono sussistere se non previste e volute dall’agente.

Ciò esisteva già prima della riforma e rappresentava una forte negazione al criterio di imputazione delle circostanze a titolo di responsabilità oggettiva. In tali ipotesi, che verranno esaminate più avanti, si può affermare che il dolo del reato base copre anche le circostanze aggravanti.

In altre casi, invece, la stessa norma prevede la possibilità di un’imputazione colposa delle circostanze che, per essere valutate devono quanto meno essere conoscibili dall’autore.

La stessa Giurisprudenza non ha dato particolare risalto alla riforma del 1990, le cui tracce possono rinvenirsi in un numero abbastanza esiguo di pronunzie.

Uno dei principi che per prima si è affermato nella Giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione è la  perfetta equivalenza, ai fini dell’applicabilità delle circostanze, tra la effettiva conoscenza e la conoscibilità delle stesse, ad esempio in materia di aggravante delle armi del delitto di associazione a delinquere di stampo mafioso: “….l’aggravante delle armi è applicabile anche agli  aderenti al gruppo che per colpa ignorino la disponibilità delle stesse: attesa l’ampia formulazione dell’art. 59 … Cass., sez. VIa, 6 dicembre 1994, Inerti.

Questa pronunzia si inserisce in un più ampio gruppo che ha affrontato il problema dell’applicabilità delle circostanze aggravanti nelle fattispecie di concorso, sia necessario che eventuale, a tutti i  concorrenti.

Queste pronunzie affermano, innanzitutto, il principio che al di fuori delle circostanze di cui all’art. 70 cpv. c.p., quelle inerenti la persona del colpevole quali l’imputabilità e la recidiva, tutte le circostanze soggettive possono applicarsi ai concorrenti nel reato, secondo i criteri di imputazione dell’art. 59 c.p..

Sul punto si può citare la sentenza della C. Cassazione VIa sez. 22 novembre 1994, De Rosa, in materia di aggravante del reato di favoreggiamento nella quale si legge “.. ai fini dell’aggravante prevista dall’art. 378 cpv. c.p., occorre dimostrare che l’agente conosca che la persona favoreggiata è ricercata per il delitto di associazione per delinquere di stampo mafioso ovvero ignori per colpa tale circostanza.”  Ed  ancora, la sentenza della C. di Cassazione sez. VIa, 26 aprile 1991, Cuomo e altri, in materia di violazione di sigilli aggravata dalla qualità di custode di uno dei soggetti agenti, qualità che potrebbe non essere conosciuta ne conoscibile da parte dei concorrenti nel reato.   Così come  la Suprema Corte sez. VIa,18 aprile 1994, Urzo, che in relazione alla stessa aggravante di cui all’art. 378 cpv. c.p., afferma:..” detta aggravante, pertanto, ai sensi dell’art. 59 c.p. , come modificato dall’art. 1 , legge 7 febbraio 1990, si comunica ai correi, nel caso di concorso di persone nel delitto di violazione dei sigilli, quando da costoro conosciuta o ignorata per colpa o ritenuta  inesistente per errore dovuto a colpa.”

La Corte, sulla base del suddetto principio cassa la sentenza disponendone il rinvio alla Corte di Appello per la pronunzia sull’esistenza dell’indicata conoscibilità della circostanza da parte dei concorrenti.

Altre sentenze possono annoverarsi al gruppo delle pronunzie in materia di associazione per delinquere di stampo mafioso.

Tra queste e sempre in materia di aggravante delle armi, annoveriamo la C. Cass. Sez. VIa , 6 aprile 1995, Primavera, nella quale si legge:”…quando sia accertato anche nei confronti di taluno soltanto dei componenti di un’associazione di tipo mafioso il possesso di armi, l’aggravante dell’associazione armata è configurabile a  capo di ogni altro componente che sia consapevole di detto possesso o che lo abbia ignorato per colpa …; è da aggiungere che l’ignoranza incolpevole è di regola da escludere essendo di comprensione generale che un’associazione di tale tipo si serva normalmente di armi per la realizzazione dei suoi  fini di intimidazione prevaricazione ed omertà”.

Questa pronunzia presenta una particolare connotazione e cioè il richiamo all’id quod plerumque accidit, come ad una sorta di notorietà del fatto, in questo caso della circostanza, che non si poteva non conoscere.

A mio sommesso parer, questo criterio può facilmente nascondere vere e proprie forme di imputazione a titolo di responsabilità oggettiva e, per di più, non rappresenta un caso isolato nella giurisprudenza che in diverse occasioni e per diversi scopi si richiama a questa presunta “ inevitabilità della conoscenza” .

Altre pronunzie, invece, si riferiscono a quelle circostanze che si concretizzano in fatti ed accadimenti successivi alla condotta.

Per tali ipotesi, piuttosto che di conoscibilità, si parla di prevedibilità.

Al riguardo assume rilievo la c. Cass. Sez. IVa , 16 gennaio 1999, Gottardo,  che, in materia di lesioni gravissime conseguenti a contagio di malattia infettiva,  partendo dalla compatibilità tra il criterio di imputazione per colpa delle circostanze con la prevedibilità delle stesse, finisce con attribuire rilevanza ad un minimo livello di diligenza nel comportamento dell’agente la cui violazione comporterebbe l’attribuibilità delle circostanze future ( le lesioni appunto), per cui “.. era prevedibile, con un minimo di diligenza, che il contatto sarebbe stato sicuramente un veicolo di trasmissione dell’infezione…” 

In molte pronunzie possiamo trovare l’affermazione del principio di attribuibilità psicologica delle circostanze e l’individuazione dei suoi parametri, ma quasi mai questi vengono  verificati in concreto.

Un passo avanti, in questo percorso giurisprudenziale può individuarsi in una sentenza di merito del Tribunale di Orvieto, 11 gennaio 1993 ,  in materia di stupefacenti e di aggravante dell’art. 80 dell’ ingente quantità.

Innanzitutto il tribunale, in mancanza  di criteri individuati dal legislatore, fissa il parametro di individuazione dell’aggravante in una quantità di sostanza tale da soddisfare le esigenze di almeno cento consumatori. Ma, soprattutto, il Tribunale afferma che l’aggravante in questione non potrà essere applicata ai singoli concorrenti  se da loro non conosciuta o se sussiste un qualsiasi dubbio al riguardo.

In realtà le pronunzie riguardanti la nuova formulazione dell’art. 59 c.p. non sono numerose, forse a causa dell’esiguo numero di “provocazioni” innescate dalle argomentazioni difensive ma anche e soprattutto perchè nel nostro ordinamento la maggior parte delle circostanze aggravanti sono di carattere doloso, in pratica le stesse quando sussistono sono necessariamente conosciute dall’agente e, quindi, che non pongono particolari problemi dal punto di vista dell’attribuibilità psicologica..

Questo assunto potrà essere verificato da una breve disamina delle varie ipotesi di circostanze aggravanti, per individuare la struttura delle stesse.

Tale metodo di indagine servirà anche a  delineare l’effettivo ambito di applicazione  del criterio di imputazione soggettiva delle stesse.

Cominciamo dalle circostanze comuni, ma poi si vedrà che il discorso è facilmente estendibile alle circostanze speciali.

I motivi a delinquere, art 61 n°1. è noto che i motivi a delinquere fanno parte della sfera psicologica dell’agente e, pertanto, devono essere necessariamente conosciuti dallo stesso. In realtà, piuttosto che oggetto di rappresentazione essi devono intendersi come spinta volitiva, appartenente più al substrato psicologico ed alla dimensione emotiva che a quella della piena razionalità.

Ma non può negarsi in alcun modo l’appartenenza degli stessi alla sfera soggettiva del reo.

La ratio dell’aggravante  in questione  va individuata nella effettiva consistenza dei motivi che hanno spinto ad agire, che essendo di rilievo assai limitato, rendono ancora più grave il fatto e rimproverabile l’autore per aver agito, comunque, nonostante  la spinta di motivazioni deboli se non addirittura deprecabili..

 Il nesso teleologico di cui all’art. 61 n°2 c.p., impone necessariamente per la sua struttura la conoscenza da parte dell’agente, mentre l’ipotesi dell’aggravante della colpa con previsione rappresenta, altrettanto necessariamente,  una ipotesi di attribuzione “colposa” dell’aggravante.

L’aggravante di aver agito con sevizie  o con crudeltà, di cui all’art. 61 n°4 c.p., si estrinseca nell’infliggere un patimento ulteriore   rispetto a quello necessariamente connesso all’esecuzione del reato, che rappresenta un’espressione di particolare malvagità e crudeltà, manifestate nel fine di arrecare inutili ed ulteriori sofferenze. Secondo la Suprema Corte di Cassazione, tali stati d’animo richiedono, necessariamente, una coscienza e volontà per poter essere imputati all’autore, come aggravante.

L’ipotesi dell’art. 61 n° 5 c.p., e cioè l’aver approfittato delle minorate capacità di difesa della vittima, proprio nell’espressione usata dal Legislatore “ approfittare”, contiene la necessità di un’attribuzione psicologica all’agente che deve “ consapevolmente” avvantaggiarsi della particolare condizione in cui si trova la vittima.

Così pure per l’ipotesi prevista al n° 6 dell’art. 61 c.p., e cioè l’aver commesso il fatto mentre il soggetto si sottraeva “ volontariamente” ad un provvedimento coercitivo, richiede la piena consapevolezza da parte dell’autore.

Mentre la circostanza di cui all’art. 61 n° 7 c.p., e cioè il danno patrimoniale di rilevante gravità, può in alcuni casi essere compatibile con un’imputazione anche a titolo di colpa.

La circostanza dell’aver aggravato o tentato di aggravare le conseguenze del reato, prevista all’art. 61 n°8 c.p., pur se di difficilissima attuazione, perché la fattispecie può facilmente trasmodare in  altra ipotesi di reato, presenta, sicuramente, elementi strutturali di natura dolosa.

Così pure l’aver abusato dei propri poteri o di particolari qualità, art. 61 n° 9 c.p.,  deve necessariamente essere conosciuta dall’agente.

Anche la circostanza prevista al n° 10 dell’art. 61 c.p., consistente nell’aver commesso il fatto contro un  pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio o ministro di culto, nell’atto o a causa dell’adempimento delle proprie funzioni, richiede necessariamente nell’agente la consapevolezza della qualifica della persona offesa e della contestualità con l’esercizio della funzione.il n° 11 dell’art. 61 c.p. , prevede la circostanza aggravante dell’abuso di relazioni domestiche o d’ufficio o altre situazioni delle quali l’agente deve consapevolmente approfittare.

Quindi da questa breve analisi delle circostanze “ comuni” emerge una grande predominanza di ipotesi di natura dolosa.

In altri termini, già prima della riforma del 1990, tali circostanze, per poter essere ritenute sussistenti necessitavano della conoscenza da parte dell’agente, al quale potranno essere imputate solo a titolo di dolo.

Anche tra le circostanze “speciali” è possibile rinvenire numerosi casi di imputazione dolosa.

Ad esempio tutte quelle che attengono alle modalità della condotta come  la minaccia aggravata dall’uso delle armi, art. 612 c.p. 2° comma.

O come la violazione di sigilli aggravata dalla qualità di custode dell’autore, che deve essere necessariamente consapevole di tale sua qualità.

Anche nei reati contro la libertà sessuale si ritrovano numerose aggravanti speciali di struttura dolosa.

Se, infatti, escludiamo le ipotesi dell’imputazione a titolo di colpa dell’aggravante consistente nell’ignoranza circa l’età della vittima , le ipotesi di aggravante, previste dall’art. 609 ter  presentano una struttura tipicamente dolosa.

Come l’ipotesi prevista al n° 2 dello stesso articolo che riguarda l’uso di armi o di sostanze alcoliche o stupefacenti. Per cui trattandosi di circostanza inerente alle modalità della condotta, non può prescindere dall’elemento psicologico del reato “base” necessariamente doloso.

Così anche per il n° 3 dell’art. 609 ter  che riguarda l’ipotesi della persona travisata o che simuli la qualità di pubblico ufficiale, travisamento e simulazione richiedono ovviamente la conoscenza e volontà da parte dell’agente.

Naturalmente,   ogni altra ipotesi in cui il soggetto agisca approfittando delle condizioni di minorata difesa della vittima della violenza sessuale, o, viceversa, del suo ascendente o autorità  sulla stessa, rientra novero delle circostanze strutturalmente dolose.

Anche i reati contro la P.A. presentano delle aggravanti speciali che sono connotate da una struttura necessariamente dolosa.

Da questa breve disamina emerge, quindi, che la stragrande maggioranza delle circostanze aggravanti è di natura dolosa. Viene da chiedersi, pertanto, che ne rimane del criterio di imputazione colposa delle aggravanti stesse, introdotto con la riforma del 1990?

Per rispondere  alla domanda occorre chiarire cosa si deve intendere per imputazione colposa delle circostanze.

Innanzitutto il Legislatore non ne ha dato una chiara definizione e, se proviamo ad applicare gli elementi propri della responsabilità per colpa alle circostanze, ci troveremo dinanzi a non poche difficoltà e dubbi.

Questi, infatti, sono la non volontà e la violazione di norme cautelarti, in qualche modo rimproverabile all’agente.

Ma proprio questo giudizio di valore, circa la condotta del reo, presenta particolari difficoltà applicative in materia di circostanze in senso stretto, quelle cioè rappresentate da fattori concomitanti e contemporanei alla condotta.

Come può logicamente ammettersi il rimprovero a chi già versa in re illecita, per non aver posto in essere tutte quelle cautele necessarie affinché il reato che sta commettendo non risulti aggravato?

Diversamente, le circostanze rappresentate da accadimenti futuri e distinti dalla condotta dell’agente potrebbero ammettere l’imputazione a titolo di colpa.

Per queste la Giurisprudenza della Suprema Corte ha innanzitutto stabilito l’equivalenza tra il termine “ conoscibilità” ricavato dall’art. 59 c.p. e quello di “ prevedibilità”,( v. sopra).

Tale operazione linguistica è stata sicuramente ben accolta, anche a livello dottrinario, perché rappresenta forse l’unica concreta possibilità di applicazione dell’imputazione colposa delle circostanze.

In particolare sono proprio gli studiosi che inseriscono i reati aggravati dall’evento tra le ipotesi di reati circostanziati, a sostenere questa teoria.

Sembrerebbe, infatti, che per la maggior parte della dottrina sia questo il vero ambito di applicazione della disciplina colposa delle circostanze.

Ritorna, pertanto, in evidenza il problema della natura dei reati aggravati dall’evento, dalla cui soluzione, si vede, dipendono importantissime conseguenze, non ultima l’individuazione dell’effettivo ambito di applicazione  della riforma del 1990. 

 

Bibliogafia, Mantovani: Diritto penale; Antolisei: Manuale di diritto penale, parte generale; Malchionda: Le circostanze del reato.

 

Avv. Gennaro Imbò